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Alla "fine del mondo": la missione di Benedetta a Timor Est

Giu 06 2024

Durante la mia missione di monitoraggio, a maggio 2024, ho scoperto che Timor Est è ancora più affascinante (e isolato) di quanto potessi immaginare.

Nonostante aver studiato la storia recente di Timor Est all’università, all’interno dei corsi di peace building, mi sono resa conto che di questo paese conoscevo comunque molto poco. Il piccolissimo paese, ufficialmente nato nel 2002, ha una storia molto dura alle spalle: i conflitti interni sono finiti da poco e i miei coetanei mi raccontano del loro vissuto fatto di campi profughi, lutti, coprifuochi e guerriglie per le strade.
Non sapevo che Timor Est non avesse una propria moneta (la popolazione utilizza correntemente il dollaro statunitense); non sapevo che, nonostante il portoghese sia studiato a scuola, pochissime persone lo comprendono realmente e che la lingua Tetun, parlata da tutti, non sia ancora stata codificata ufficialmente, ma ci siano varie versioni di dizionari esistenti, con conseguenti incongruenze grammaticali. A livello economico, ho scoperto che il maggior introito di Timor Est è il petrolio grezzo, che vende alla vicina Australia seguendo degli accordi fatti negli anni di occupazione indonesiana (che al tempo andavano a beneficiare l’Indonesia, appunto), e che ricompra petrolio rifinito proprio alla stessa Australia, non avendo nel paese delle proprie raffinerie. Tantissimo del cibo acquistato, a partire dal riso alla frutta, e quasi tutti i manufatti ed elettrodomestici provengono da Cina, Indonesia o Vietnam; solo il caffè è riconosciuto come un prodotto di alta qualità per l’esportazione. Timor Est vive quindi una condizione quindi di ufficiale indipendenza, che però nei fatti nasconde grosse fragilità economiche (dovute anche all’alta corruzione interna) e grande dipendenza dall’esterno, vista anche la popolazione di soli 1,3 milioni di abitanti e la scarsa rilevanza attuale a livello geopolitico. Forse queste dinamiche cambieranno se riuscirà effettivamente ad entrare l'anno prossimo nell’ASEAN, Associazione regionale del Sudest asiatico, di cui diventerebbe l'11mo membro, ma le conseguenze reali non si conoscono ancora.

Per quanto riguarda la mia esperienza, dopo un lungo viaggio di quattro giorni fatto di tre aerei e una nave, arrivo finalmente ad Atauro, l’unica isola abitata di Timor Est, storicamente destinata a luogo di confinamento e prigionia per dissidenti politici e detenuti, sia durante l’occupazione portoghese che indonesiana.
Quest’isola è paesaggisticamente bellissima: arrivando alla fine della stagione delle piogge ho potuto ammirare una vegetazione folta e verde, che secondo gli abitanti lascerà però il posto a un paesaggio secco tra sole poche settimane, vista la siccità prevista nei prossimi mesi. Ci sono pochissime spiagge di sabbia: la maggior parte delle coste si compongono di scogli rocciosi alti e impervi e, negli spazi limitrofi ai villaggi, spiagge di ciottoli più o meno grandi, che permettono alle barche di attraccare e ai bambini di divertirsi in acqua nonostante le onde altissime.

GTV ha iniziato ad operare in quest’isola di Atauro ufficialmente nel 2010, dopo anni di contatti e progettazioni con i padri missionari Padre Francesco Moser e Padre Luigi Fornasier, sostenuti dalle associazioni GVSP (Gruppo di Volontariato San Prospero) e ASsMA-Associazione Santi Martiri Anauniesi e dal gruppo missionario di Besenello.
Questi Padri hanno passato decenni di vita e missione su quest’isola ed io, arrivando nel 2024, posso solo immaginare quanto per loro questi anni siano stati di sacrifici e difficoltà.
I Padri Scolopi che mi hanno accolta (e che hanno di fatto sostituito i padri missionari sull'isola), mi raccontano infatti che gli allacciamenti elettrici sono stati attivati solamente l’anno scorso per tutta la popolazione di Atauro, anche se solo in certi orari (prima bisognava gestire la logistica e gli elevati costi di generatori a gasolio); anche la poca acqua delle tre sorgenti è ancora oggi razionata, viene stipata in dei grandi bidoni e utilizzata con dei semplici secchielli per lavarsi e come scarico dei WC, facendo molta attenzione a non sprecarla. Il cibo è poco e molto semplice, e i Padri vivono la maggior parte della settimana con i prodotti agricoli donati dalla comunità durante l’offertorio domenicale, a cui aggiungono il riso e pochi prodotti in scatola (importati e acquistati con costi molto alti): mi raccontano però che, soprattutto le famiglie più povere, vivono situazione di fame durante la stagione secca, quando il mais e le verdure che hanno coltivato durante le piogge terminano e non riescono a pescare abbastanza pesce. Anche la cottura a gas dei cibi è complessa: la maggior parte delle famiglie cuoce con fuoco a legna, anche se le politiche di conservazione ambientale vietano il taglio di alberi, mentre le bombole di gas, essendo molto costose ad Atauro, vanno acquistate a Dili, la capitale, e portate con la nave sull’isola (ingegnandosi con il trasporto fino alla propria casa, visti i trasporti difficoltosi).
Gli spostamenti tra i villaggi di Atauro, veramente molto difficoltosi, sono stati sicuramente uno degli aspetti più toccanti della mia esperienza. Per andare dal villaggio principale, dove arrivano le barche da Dili, agli altri villaggi, tra cui Makili, dove sono situati i progetti GTV in corso e dove vivono i Padri Scolopi nostri partner, non ci sono strade percorribili vere e proprie: la via più veloce è costeggiare a piedi il mare per circa 45 minuti, inerpicandosi tra scogli rocciosi e a volte di strapiombo sul mare e quasi sempre scivolosi. Bambini e adulti sembrano essere abituati a questa fatica: molti di loro percorrono questo percorso due volte al giorno, sempre scalzi o con infradito, per andare all’unica scuola superiore di tutta l’isola o per andare al lavoro in qualche cooperativa o attività economica.
Se il mare è troppo alto, se piove forte o se è notte, l’unica alternativa è camminare lungo la strada di montagna, quasi un sentiero, che da 3 anni a questa parte sta vedendo un progetto di allargamento e asfaltatura, voluto e pagato dal governo nazionale ma, appunto, ancora incompiuto. Le poche “carrette” per il trasporto passeggeri e le poche auto delle autorità locali esistenti sull’isola mi dicono essere arrivate solo l’anno scorso e, ancora attualmente, possono percorrere solo pochi chilometri tra le strade interne del villaggio principale. Per quanto riguarda l'uso delle piccole barche di legno, presenti localmente, come mezzo di spostamento, devo ammettere che il forte vento rende questi viaggi alquanto pericolosi e il costo necessario per il carburante e il trasportatore non li rendono un'alternativa valida per la popolazione locale. 
Personalmente ho percorso più volte sia il percorso “lungo mare” che il percorso di montagna e ho potuto constatare sulla mia pelle come questa effettiva difficoltà di trasporto rappresenti un ostacolo concreto al diritto di istruzione dei ragazzi che, se non hanno una buona prestanza fisica o se per qualche ragione non sono molto motivati o supportati dalla famiglia, facilmente lasciano la scuola prima della sua conclusione. I Padri Scolopi hanno messo a disposizione degli spazi a Makili per una seconda scuola secondaria (per evitare quindi questo viaggio quotidiano ai ragazzi locali), ma al momento non sembrano esserci le condizioni amministrative per la sua apertura.

Per quanto riguarda il progetto GTV "Risposta all’emergenza idrica a Makili" attualmente in corso, che mira alla costruzione di 50 cisterne di raccolta dell’acqua piovana per altrettante case di Makili, durante la mia missione ho visitato gran parte delle famiglie beneficiarie e ho constatato che, nonostante i ritardi nella costruzione dovuti al difficile reperimento dei materiali (cemento, sabbia e grandi pietre), la maggior parte dei beneficiari è a buon punto nella costruzione e tutti riferiscono soddisfazione verso questa opportunità. Queste cisterne saranno in molti casi collegate con grondaie a più di una casa, per permettere di raccogliere più pioggia possibile, altrimenti sprecata, che sarà poi utilizzata in maniera comune.
Durante quei giorni ho anche aiutato i Padri Scolopi ad organizzare i corsi di formazione sull’igiene e la manutenzione delle cisterne, oltre alle tecniche di potabilizzazione dell'acqua: sono stati questi preziosi momenti di formazione e soprattutto di incontro con i beneficiari. Sono state queste occasioni per me di presentare GTV e i gruppi volontari che supportano il progetto, ascoltare le loro testimonianze e dibattiti relativi alle difficoltà di recupero materiali e scarsità d’acqua, ma anche raccogliere soddisfazione per questa cooperazione e ringraziamenti verso i donatori.

Infine, queste settimane sono state utilissime per me per incontrare la Cooperativa La Boneca, costituita grazie all’aiuto dei padri missionari e ora composta da 45 donne, che lavorano con impegno e dedizione per la creazione di pupazzi, bambole, borse e accessori di stoffa, seguendo regolamenti interni molto chiari e auto amministrando le proprie finanze in maniera cooperativa. La loro storia comprende violenze di genere, resistenze da parte istituzionale e familiari, ma anche speranza, sogni e dedizione: i lunghi momenti di visita e discussione con alcune loro rappresentanti ha fatto crescere in me un forte spirito di sorellanza e spero che GTV e le associazioni amiche riescano a supportare i loro obiettivi in futuro.

Per concludere, la missione ad Atauro mi ha lasciato un forte segno a livello umano e rappresentato un obiettivo professionale importante: sono estremamente grata a GTV e alla comunità di Besenello per aver riposto la loro fiducia in me per rappresentarli in questa missione e spero che potremo continuare lungamente questa cooperazione.
Un grazie speciale va ai giovani Padri e seminaristi dell’ordine degli Scolopi, coordinati da Padre Daniel, che mi hanno accolto e accompagnato nella scoperta di questa comunità, dimostrando una grande passione per la loro missione e per i progetti di cooperazione che mirano a migliorare la vita della popolazione locale.

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