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Diari d'Oriente

L'Asia in una mansarda

Gen 08 2014

Un giorno, in ufficio, è arrivata una mail insolita: un nostro socio, dopo aver ricevuto la scheda di presentazione del bambino che aveva scelto di sostenere a distanza, ci scrive preoccupato per la situazione del piccolo. Un padre morto, una madre rimasta sola e malata di AIDS e tanta povertà.Nella mail ci viene chiesto se fosse possibile fare qualcosa di più per aiutare questa famiglia e quali siano le condizioni fisiche di Khanh, il bambino. Rimaniamo colpiti, una volta di più, dall’attenzione che a volte le persone dimostrano per chi è così lontano.Decidiamo di andare a trovare il nostro socio per farci raccontare come è nata la decisione di avviare un sostegno a distanza in Vietnam.Marco mi accoglie nella sua casa, una piccola mansarda arredata con cura. Tutto in questa stanza rivela il suo amore per l’Asia: le tipiche infradito allineate vicino alla porta d’entrata, gli oggetti portati a casa dai numerosi viaggi, le bandierine tibetane appese sopra il tavolo,.. in questa atmosfera ovattata, sorseggiando una tisana da grandi tazze azzurre, mi racconta del suo viaggio in Vietnam.

“Qualche anno fa sono partito per il Vietnam con un amico. Ho visitato vari posti, in Asia, non moltissimi magari, ma mi sento di poter dire che un po’ ho girato. Arrivare in Vietnam, però, è stato come tornare a casa, Avevo letto un romanzo di Terzani ed ero rimasto molto colpito da questa idea di Uomo nuovo. L’ho ritrovata lì. La vita è più semplice, ma forse anche più vera. Ricordo di essere rimasto senza parole davanti ai paesaggi, davanti alle risaie e alle diverse tonalità di verde che si allineano all’orizzonte, mentre il sole si specchia nell’acqua. Noi qui il sole non lo guardiamo neanche più, ormai. In Vietnam un attimo può essere un attimo perfetto, non hai bisogno di nient’altro, ti senti in sintonia con tutto quello che hai intorno.”

Il racconto prosegue e Marco ricorda le persone che ha incontrato.
“Durante il mio viaggio ho visto anche situazione difficili, soprattutto nel nord, e da lì mi è sembrato naturale, volendo aiutare qualcuno, pensare a loro.
Le persone in Vietnam ti colpiscono. Ricordo una volta, stavamo passeggiando su un ponte ad Hanoi e ci siamo accorti di non essere vestiti nel modo giusto, era freddo! Non pensavamo facesse freddo e quando sono arrivato lì sono rimasto stranito, è l’unico posto in cui sia stato in Asia in cui abbia sentito freddo. Vicino al ponte, alcune persone cercavano di guadagnare qualcosa facendo delle fotografie ai turisti con una polaroid. Loro, che cercavano di fare qualche soldo così, sono gli stessi che hanno interrotto l’attività per accompagnarci in un mercato vicino e aiutarci ad acquistare qualche felpa a pochi dollari. Per ringraziarli li abbiamo invitati a cena in un ristorante vegetariano e ricordo ancora il loro entusiasmo, assaggiavano tutto stupiti, era bellissima la condivisione che si era creata.”

Il racconto prosegue e Marco ricorda le persone che ha incontrato.
“Durante il mio viaggio ho visto anche situazione difficili, soprattutto nel nord, e da lì mi è sembrato naturale, volendo aiutare qualcuno, pensare a loro.
Le persone in Vietnam ti colpiscono. Ricordo una volta, stavamo passeggiando su un ponte ad Hanoi e ci siamo accorti di non essere vestiti nel modo giusto, era freddo! Non pensavamo facesse freddo e quando sono arrivato lì sono rimasto stranito, è l’unico posto in cui sia stato in Asia in cui abbia sentito freddo. Vicino al ponte, alcune persone cercavano di guadagnare qualcosa facendo delle fotografie ai turisti con una polaroid. Loro, che cercavano di fare qualche soldo così, sono gli stessi che hanno interrotto l’attività per accompagnarci in un mercato vicino e aiutarci ad acquistare qualche felpa a pochi dollari. Per ringraziarli li abbiamo invitati a cena in un ristorante vegetariano e ricordo ancora il loro entusiasmo, assaggiavano tutto stupiti, era bellissima la condivisione che si era creata.”

Alla mia domanda su come sia arrivato, anni dopo, ad avviare un sostegno a distanza, Marco risponde: “Di solito preferisco fare queste cose personalmente, non credo ci sia bisogno di un’associazione per aiutare qualcuno. Qualche tempo fa avevo pensato di iniziare un sostegno a distanza in India, ma le cose non si definivano mai. Io penso che se una cosa deve essere fatta, viene naturalmente. Si vede che in quel caso non era il momento giusto. In novembre sono capitato, quasi per caso, ad una cena vietnamita organizzata da GTV al bar Barycentro. Sono arrivato tardi, perchè a Trento i parcheggi creano sempre qualche problema. Durante la cena è stato proiettato un documentario, noi siamo arrivati solo ai titoli di coda purtroppo, ma l’atmosfera che ho trovato mi è piaciuta. In quell’occasione veniva presentato anche il progetto di sostegno a distanza dell’associazione. Quando ho parlato con lo staff di GTV mi sono fidato. Io credo che le persone si sentano e con loro mi sono trovato bene, ho deciso di fidarmi e ho lasciato i miei contatti.

Qualche giorno dopo sono passato in ufficio, ho avviato il sostegno a distanza e da poco ho ricevuto il dossier nel quale viene presentato Khanh, un bambino di quattro anni. Leggendola e venendo a conoscenza della situazione in cui vive, ho soluto saperne di più. Non dico che sia come avere un figlio, ma quando fai una cosa del genere ci pensi tanto, è qualcuno che decidi di aiutare e per cui speri il meglio. Tutto quello che ci arriva va bene, ma ho sperato che Khanh non fosse infetto, data la condizione della madre, per  poter pensare che davanti aveva la possibilità di cambiare la sua situazione e di migliorarla. Quando mi hanno detto che era sano e che la madre aveva contratto il virus dopo la sua nascita, sono stato felice per lui.

Quello che mi sembra più importante è che grazie al sostegno che posso offrire, Khanh abbia la possibilità di andare a scuola.  Ricordo che i bambini apparentemente più felici che io abbia mai visto li ho incontrati in una bidonville, immersi a giocare come se non esistesse altro nel mondo. Credo che come noi aiutiamo loro, ci sia ancora tanto che noi possiamo e dobbiamo imparare da loro, ma è importante che vadano a scuola per potersi difendere, per avere i mezzi per non essere sfruttati.
A volte ci chiediamo se sia giusto, in generale, impiantare il nostro modo di vivere in altri luoghi, visto quello che ha portato qui.
Il nostro è un sistema che in gran parte ha fallito e in questa epoca siamo forse noi a cercare di riavvicinarci ad uno stile di vita più semplice, siamo noi che abbiamo tanto da imparare da loro. Quello che resta, però, è che aiutare qualcuno, avendone la possibilità, è importante e noi abbiamo deciso di farlo anche così.”

Quando sto per andare via, Marco mi indica un oggetto appeso alla sua finestra, una specie di uccello  fatto di pezzi di  legno sottile e tenuto insieme da cordicelle. “Questo l’ho preso in Vietnam, io e il mio amico ne abbiamo presi due, uguali. Non mi piaceva neanche, in realtà, ma è arrivato fin qui intatto, dopo essere stato sballottato per migliaia di km nella valigia. E’ come un segno, quindi eccolo qui.”

 

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