Uno sguardo al Myanmar: di cosa abbiamo parlato

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Uno sguardo al Myanmar: di cosa abbiamo parlato

Apr 22 2021

Il giorno 14 aprile 2021 GTV ha voluto organizzare un evento online allo scopo di fornire alla cittadinanza interessata una panoramica generale riguardo alla drammatica situazione che in questi mesi sta colpendo il Myanmar. La situazione birmana è al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica internazionale da febbraio di quest’anno, quando i militari hanno ordito un golpe volto a spodestare il governo democraticamente eletto alle elezioni di novembre 2020, scatenando proteste da parte della popolazione che sono state represse duramente dall’esercito. Gli ultimi numeri disponibili parlano di oltre 700 vittime accertate durante le manifestazioni.

All’incontro, che ha coinvolto vari relatori, hanno preso parte più di 50 persone, dimostrando l’interesse e la preoccupazione che la cittadinanza trentina ha riguardo a ciò che sta accadendo in Myanmar oggi.

Dopo la presentazione iniziale dell’incontro svolta dalla Presidentessa di GTV Laura Paternoster, che ha introdotto il tema dell’incontro e i relatori ospiti presenti, è stata proposta ai partecipanti la visione di un video pubblicato dal quotidiano Al Jazeera che ripercorre la storia del Paese e in particolare della figura di Aung San Suu Kyi, la donna che ha guidato l’avvento della democrazia nella storia birmana. 

Il primo ospite a prendere la parola è stato poi Emanuele Giordana, direttore del sito dell’Atlante delle Guerre e dei conflitti nel mondo e membro dell’associazione culturale 46° Parallelo, che ha descritto in un’ottica geopolitica la situazione del colpo di stato in Myanmar. Giordana ha innanzitutto ricordato come le relazioni tra la leader Aung San Suu Kyi e i militari è sempre stata difficile e non priva di contraddizioni, come testimoniano gli avvenimenti del 2018 relativi alla persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya.
Il focus dell’intervento del giornalista si è poi spostato verso le ragioni che hanno portato i militari a ordire un colpo di stato tenendo conto che la situazione politica del Paese è ancora tutta in divenire e non è ancora possibile determinare un esito certo a quello che sta avvenendo.
Secondo Giordana, le motivazioni secondo cui il colpo di stato è una risposta politica dei militari per mantenere il potere in seguito alla schiacciante vittoria del partito di Aung San Suu Kyi alle elezioni di novembre 2020 non sono convincenti, in quanto la costituzione del Myanmar prevede che il 25% dei seggi in parlamento spetti ai militari. Dunque, anche con la sconfitta alle elezioni non sarebbe stato possibile per il parlamento raggiungere il quorum necessario per modificare la costituzione in senso più democratico e togliere potere all’esercito.
Un’ipotesi alternativa a cui il giornalista ha fatto riferimento riguarda il concetto, presente in minor misura nella cultura occidentale ma ancora forte in quella asiatica, del “perdere la faccia”. In quest’ottica i militari avrebbero organizzato il colpo di stato per rimediare allo smacco ottenuto dalla perdita delle elezioni di novembre. Proprio a seguito del voto popolare i militari han fatto numerose pressioni sui neoeletti per indire nuovamente le elezioni o per rinviare l’inizio delle sessioni parlamentari o dare la presidenza della repubblica ai miliari (cosa che per legge non può essere fatta).
Infine, le ipotesi che fan riferimento alle cause economiche come motivazione per il golpe convincono poco in quanto l’economia birmana è fortemente controllata dai militari che gestiscono settori chiave, come quello dei rubini e del contrabbando.
Le ragioni del colpo di stato rimangono comunque un’incognita, nella realtà Suu Kyi non aveva molta influenza sui militari e la costituzione dà loro ampi poteri, tra cui la guida di ministeri chiave.

Dopo l’intervento di Giordana, si è passati ad un approccio più diretto in cui due delle quattro ragazze birmane presenti all’incontro hanno descritto con le loro parole la drammatica situazione che sta vivendo il loro Paese.

Una studentessa birmana, Nyein, che si trova ora in Italia, ha condiviso con il pubblico le testimonianze tratte da un sondaggio rivolto ai cittadini del Myanmar in cui veniva chiesto agli intervistati di descrivere il loro stato d’animo in relazione a quanto sta avvenendo nel Paese. Dalle sue parole è emersa la criticità della situazione che il popolo birmano sta vivendo; i sentimenti principali delle persone coinvolte nell’intervista erano paura, tristezza, sgomento e incertezza per il loro futuro e per quello dei loro figli che in questo momento non hanno accesso all’istruzione. Accanto a questo emerge il desiderio di avere libertà, giustizia e ordine sociale per poter sperare in un futuro più prospero.
L’intervento di Maria, un’altra ragazza di origini birmane, si è incentrato sulle motivazioni che spingono le persone a scendere in piazza e continuare a protestare nonostante la violenta repressione dell’esercito.
Secondo lei le motivazioni risalgono al grande cambiamento che ha vissuto il Paese dalle elezioni del 2015; il governo democratico di Aung San Suu Kyi ha cambiato non solo il modo di vivere la vita politica del Paese ma anche le opportunità per i suoi cittadini dando valore alle capacità delle persone e non al sistema di conoscenze e di “caste” che regnava durante il regime militare.
Nonostante i militari abbiano impiegato quasi un anno a lasciare il potere nel 2015, facendo sì che il periodo effettivo di governo di Suu Kyi fosse di soli 4 anni, i progressi raggiunti in questo lasso di tempo sono stati tali che la popolazione non è più disposta a tornare sotto un regime militare ed è pronta a lottare fino in fondo per il proprio futuro. Questo sentimento è comune a tutte le generazioni; i più giovani, la generazione Z, è in prima linea nella lotta contro la giunta militare e questo grazie anche al sostegno e alla carica ideologica profusa dalla generazione precedente, che nel 1988 ha tentato, senza successo, di giungere a una democrazia.
I cittadini birmani, dunque, combattono perché non vogliono tornare ai tempi bui della dittatura militare e continuano a manifestare nonostante l’escalation di violenza da parte dell’esercito che è passato dallo sparare proiettili di gomma per disperdere i manifestanti ad uccidere con botte e pugni i protestanti. Le rivolte vedono coinvolti anche i monaci che sono stati protagonisti della rivoluzione del 2007 e che continuano ancora oggi a schierarsi con il popolo birmano.
Maria ha poi spiegato come sia ora difficile comunicare con le persone in Myanmar, visto che i militari hanno tolto la rete mobile nel Paese, disabilitato l’uso del wi-fi ed intercettano le chiamate dei cittadini. Questo rende difficile il reperire notizie riguardo le difficoltà delle comunità locali.
In Italia la comunità birmana conta 120 individui che si stanno mobilitando per informare e sensibilizzare sempre di più l’opinione pubblica italiana per fare in modo che la lotta che stanno portando avanti possa contare su un appoggio internazionale.

Volendo continuare a raccontare la situazione del Myanmar dal suo interno, dopo gli interventi delle due ragazze birmane ha preso la parola Patrizia Saccaggi, direttrice e socia fondatrice di Moses Onlus, un’associazione che lavora in Myanmar e in particolare nello Stato del Kayin, nello Stato del Rakhine e sui territori di confine tra Myanmar e Thailandia.
Patrizia Saccaggi ha fornito una preziosa testimonianza riguardo alla situazione delle zone rurali del Myanmar in cui Moses opera a stretto contatto con le comunità locali. In particolare, ha spiegato come per la prima volta cristiani e buddisti si siano uniti nel condannare e nel combattere contro il colpo di stato e la giunta militare. Ora nello stato del Rakhine vi è una presenza militare ridotta rispetto a prima del golpe in quanto i militari si sono spostati verso le città per fronteggiare le proteste. Quello degli ultimi mesi è solo uno dei capitoli di un conflitto che va avanti da molto prima del golpe nelle zone del Myanmar abitate da minoranze etniche, in cui gli scontri proseguono da oltre un anno, generando distruzione e un numero significativo di sfollati.
La violenza nelle zone rurali, continua Patrizia Saccaggi, è molto più brutale e aggressiva di quella nelle città, è una violenza che viene scagliata contro coloro che non hanno voce, distante dal palcoscenico delle città su cui gli occhi del mondo sono puntati. Nelle aree rurali non c’è censimento gestito dagli enti governativi, il primo è stato fatto proprio da Moses, e dunque non è possibile determinare il numero reale degli abitanti e delle vittime della repressione della giunta che supera di gran lunga le stime ufficiali di 700 morti.
Nonostante la drammatica situazione, quello che fornisce speranza per il futuro del Paese è lo schieramento comune delle comunità contro questo colpo di stato. Un’unità di intenti per consentire al Myanmar di continuare nella strada democraticamente segnata dai suoi cittadini e per non ripiombare agli anni bui del regime militare. Questa unità si traduce in molteplici atti, come ad esempio quello della gente delle campagne che prepara rifugi per le persone che fuggono dalla violenza dell’esercito nelle città.

È stato poi il turno di Paolo Bridi, già presidente di GTV e imprenditore che conosce molto bene il contesto del Myanmar e la sua storia.
Nel suo discorso Bridi Paolo ha ripercorso le tappe principali della storia del Paese fornendo un contesto storico e politico in cui il colpo di stato si è sviluppato. Ha poi parlato della situazione economica del Paese, spiegando come il Myanmar sia completamente fermo economicamente e dal punto di vista amministrativo e come le aziende estere abbiano smesso di avere contatti con il Paese. Infatti, banche e uffici pubblici sono chiusi dall’inizio del golpe così come la maggior parte delle fabbriche e delle attività produttive. I cittadini birmani non pagano le tasse e questo nel medio-lungo termine porterà a un forte problema finanziario che la giunta militare ora al potere dovrà affrontare.
Dal punto di vista economico, i militari controllano il 55% dell’economia e dunque esercitano molta forza su aspetti cruciali del sistema economico nazionale.
Gli eserciti locali si stanno preparando a fronteggiare la giunta militare che ha preso il potere; anche se il loro numero è inferiore a quello dell’esercito locale è comunque sufficiente per portare avanti azioni di guerriglia. Nonostante ciò, un grande aiuto a questa lotta può giungere dalla comunità internazionale che ha il dovere di mantenere una forte pressione su quanto sta succedendo nel Paese.

Quest’ultimo punto è stato poi ripreso da Massimiliano Pilati, presidente del Forum per la pace e i diritti umani, che ha spiegato l’importanza dell’attivazione dei territori e della presa di posizione delle comunità riguardo alla situazione in Myanmar.
Pilati Massimiliano ha spiegato come, vista l’urgenza della situazione, è necessario che il Governo italiano agisca e assuma una posizione chiara di condanna riguardo a quanto sta avvenendo. A livello locale uno dei canali attraverso cui fare pressione sono le amministrazioni comunali e provinciali, ed è proprio per questo che il Forum ha indirizzato una lettera al Presidente della Provincia Maurizio Fugatti e ai Sindaci e alle Sindache dei comuni trentini, affinché chiedano a Palazzo Chigi di condannare il massacro in corso in Myanmar e di impegnarsi concretamente per l’immediata scarcerazione di Aung San Suu Kyi e degli altri prigionieri politici.
Al momento quattro comuni trentini hanno reagito, dimostrando come il territorio trentino sia fortemente sensibile al tema della solidarietà internazionale.

Nella parte conclusiva dell’incontro il pubblico ha potuto rivolgere delle domande ai relatori.
Tra queste, una in particolare ha sollevato il tema dell’inchiesta riguardo alla presenza di pallottole prodotte in Italia e usate dall’esercito birmano per reprimere le rivolte. Su questo tema Emanuele Giordana ha pubblicato un articolo sul quotidiano Il Manifesto il 10 marzo 2021 dal titolo “Nella crisi in Myanmar spunta una pallottola italiana” in cui si possono trovare dettagli sul tema.

Rimangono aperti comunque molti interrogativi che possono giocare un ruolo determinante per il futuro del Paese, ad esempio il ruolo dell’India, dell’ASEAN, di cui il Myanmar è membro, e della Cina. Per ora si hanno poche certezze ma, come è emerso più volte nel corso dell’incontro, quello che ognuno di noi può fare è restare informato sugli sviluppi che riguardano il Paese e esprimere la proprio solidarietà sui canali social, per fare in modo che i cittadini birmani non rimangano soli.

Come GTV, invitiamo tutte le associazioni e istituzioni a mobilitarsi, dare spazio e creando informazione su ciò che sta accadendo in Myanmar, veicolando le proteste e le rivendicazioni del popolo birmano. 
Vi invitiamo a seguire la pagina Facebook della comunità birmana in Italia: https://www.facebook.com/MyanComIta
e a condividere l'appello del Forum per la Pace.
 






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