Chi ama la Birmania non la lasci sola - di Paolo Bridi

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Chi ama la Birmania non la lasci sola - di Paolo Bridi

Feb 12 2021

Articolo di Paolo Bridi apparso nel quotidiano L'Adige di giovedì 11 febbraio 2021
Foto di copertina tratta dall'articolo "I birmani si mobilitano contro il colpo di Stato militare", comparso nel settimanale Internazionale l'8 febbraio 2021
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Negli anni settanta siamo scesi in piazza a milioni in Italia ed in Europa contro il colpo di Stato di Pinochet e per difendere la democrazia cilena. Certo c'erano partiti di massa che non esistono più ma la domanda, senza risposta lo so bene, è che cosa ci sta succedendo? Ho visitato Yangon per la prima volta nel giugno del 2002, ricordo bene l'aeroporto quasi deserto, pochissimo traffico e soprattutto postazioni dell'esercito circondate da sacchi di sabbia ogni 500metri. In meno di 10 minuti dall'aeroporto sono arrivato all'hotel, almeno 300 stanze per meno di una ventina di ospiti, per tre quarti cinesi.
Internet non funzionava. Come stamani, di nuovo. Il Myanmar dopo una sanguinosa dittatura militare iniziata nel 1962 aveva visto una primavera nel corso del 1988 con proteste e dimostrazioni promosse soprattutto dagli studenti che chiedevano la democratizzazione del Paese e libere elezioni. La protesta, come è noto venne soffocata nel sangue l'8.8.88, i numeri sono importanti in Myanmar. Poi, a seguito delle proteste internazionali i militari acconsentirono ad elezioni che la Lega Democratica di Aung San Su Kyi stravinse. I militari non accettarono l'esito delle urne, metà dei parlamentari venne ucciso e l'altra metà dovette fuggire all'estero e Aung San Su Kyi iniziò un lungo periodo di isolamento domiciliare sotto arresto nella sua casa di University Avenue. E pensare che prima del '62 in quei pochi anni di governo democratico la Birmania era diventata lo Stato più ricco dell'area, aveva costruito il primo aeroporto internazionale, la borghesia thailandese e malese mandava a studiare i suoi rampolli a Yangon, Rangoon come si chiamava allora. Un Paese grande due volte l'Italia, ricco di materie prime, oro, rubini, primo esportatore al tempo di riso al Mondo. Un Paese con il quale l'Italia aveva ottimi rapporti politici ed economici, di lunga data, iniziati nella seconda metà dell'ottocento.
Abbiamo l'Ambasciata a Yangon dal 1948.
Dal 1990 iniziarono anni di isolamento internazionale, sanzioni ed embarghi.
Chiaramente ne approfittò la Cina che gioca in Myanmar su tanti tavoli, finanzia le minoranze filocinesi ai confini del Nord, investe nel Paese, concede prestiti e finanzia progetti il tutto con l'obiettivo finale di poter disporre di uno sbocco sull'Oceano Indiano, vitale per gli interessi cinesi. Questi anni hanno limitato e mortificato anche il lavoro delle organizzazioni di volontariato delle agenzie dell'ONU chiaramente a tutto discapito dei più deboli, come sempre.
Nel 2008 il Paese fu colpito dal tifone Nargis che, anche se le cifre vere non furono mai rese note, fece almeno 200.000 vittime. In quell'anno ci fu poi la rivolta dei monaci soffocata ancora una volta nel sangue. Finalmente nel 2010 venne avviato un dialogo tra la comunità Internazionale democratica ed i militari che portò in successione alla liberazione di Aung San Su Kyi alla nascita di un governo di transizione (2011) e poi alla elezione di una quarantina di membri della Lega Democratica inclusa Aung San Su Kyi in elezioni suppletive che furono stravinte dal partito della Lady. L'accordo definito in una nuova costituzione riservava il 25% dei seggi al Parlamento ai militari e anche nei vari parlamenti degli Stati del Myanmar e tre ministeri chiave.
Con questo accordo si andò alle prime elezioni libere nel 2016 che produssero quattro anni di crescita economica, di miglioramento della coesione sociale, di investimenti stranieri, di apertura del Myanmar al Mondo. Le seconde elezioni libere del novembre 2020 che hanno visto una ulteriore crescita del consenso al partito di Aung San Su Kyi anche a sfavore dei tanti partiti etnici dei vari Stati minori e questo è stato molto significativo perché significa che gli elettori dei vari Stati, i più importanti (Shan, Kachin, Chin, Rakhine, ecc) hanno preferito, in questa fase, rafforzare Aung San Su Kyi che le loro autonomie. Come è noto i militari non hanno accettato l'esito del voto e il 1°febbraio hanno promosso un colpo di Stato, violando il patto sottoscritto nel 2010 e rigettando il Paese indietro di decenni. Le notizie di questi giorni non sono buone, telefoni ed internet interrotti e la gente in piazza a Yangon ed in tante altre città del Paese. L'Europa conta poco purtroppo ma deve esercitare tutta la sua forza anche sulla Comunità dell'Asean per un ritorno alla democrazia. Le critiche arrivate ad Aung San Su Kyi sulla questione rohingya hanno sicuramente indebolito la sua immagine a livello internazionale. Lei su azioni promosse dai militari sulla popolazione Rohingya, esecrabili certamente, non poteva non difendere l'integrità del suo Paese davanti al Mondo. A volte la storia e le situazioni hanno complessità che andrebbero comprese, soprattutto dalle elite del Mondo. Aiuterebbe.
Non c'è solo la sacrosanta ragione della difesa dell'esito di elezioni libere e di aiutare e favorire una transizione democratica e la crescita del Paese, anche noi, l'Italia ha tutto da guadagnare da un Myanmar democratico e aperto. Gli scambi commerciali sono ancora modesti ma possono lievitare velocemente, i birmani amano l'Italia, i suoi prodotti, sanno bene il valore delle nostre tecnologie, del nostro saper fare, si tratta solo di continuare ad investire su un Paese che deve restare aperto agli scambi economici, culturali al turismo.
Nel nostro piccolo in Trentino abbiamo in questi anni aiutato con varie associazioni progetti disviluppo in Myanmar. Vorrei ricordare qui la decina di progetti in vari ospedali per rifare i reparti di terapia intensiva neonatale promossi dall'ANT, finanziati dalla nostra Provincia, dalla Regione e da tanti privati trentini che hanno visto a partire dall'inizio del secondo decennio vari medici e volontari trentini e non partecipare con entusiasmo a questi progetti. Ma abbiamo avuto sette religiosi tre sacerdoti e quattro suore negli ultimi due secoli che hanno dedicato la loro vita al popolo del Myanmar, tra questi padre Domenico Tarolli e padre Antonio Zeni.
Per tutto questo non è solo un loro problema ora e per tutto questo anche la nostra vita risentirà dall'esito di questa vicenda. Bisogna mantenere attenzione e pressione sul Paese, non fare sentire solo il popolo birmano. L'esercito non è un monolite, lo stesso papà della Lady, il generale Aung San è stato ucciso da una faida interna all'esercito e pare che la ragione principale fosse ancora una volta l'accordo che Aung San aveva fatto con i vari Stati per pacificare il Paese. Questo è il problema della Birmania che solo un processo di pace e democrazia può, nel tempo, risolvere.
Paolo Bridi Imprenditore.

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