Il futuro del fast fashion: sfide e prospettive tra Europa ed Asia

Questo sito fa uso dei cookie al fine di facilitare la navigazione. Leggi l'informativa.

Ultime News

Il futuro del fast fashion: sfide e prospettive tra Europa ed Asia

Giu 23 2020

In un recente articolo abbiamo parlato degli effetti della crisi sanitaria sull’industria tessile vietnamita. Il calo della domanda e la crisi che questo settore sta subendo sono molto preoccupanti, ma altrettanto allarmante è il suo impatto ambientale.

Sappiamo davvero che cosa si nasconde dietro i nostri capi di abbigliamento?

Negli scorsi mesi, a causa del lockdown, abbiamo assistito ad una riduzione a livello globale dell’inquinamento. Questo può essere forse considerato come l’unico lato relativamente positivo della pandemia di coronavirus: ci siamo resi conto di quanto il nostro stile di vita e i nostri modelli di produzione danneggino il pianeta stesso in cui viviamo. Nonostante questa presa di coscienza però, tutto già sembra tornare come prima, tanto che in Cina i livelli di inquinanti atmosferici nell’aria sono addirittura maggiori rispetto ai mesi precedenti la pandemia.

A livello mondiale, l’industria tessile, in particolare nel campo del fast fashion, è uno dei settori è più dannosi per l’ambiente. L’industria tessile produce infatti più emissioni di anidride carbonica dei voli internazionali e dei viaggi marittimi insieme. Inoltre, è dimostrato che più del 50% dei nostri capi finisce in discarica dopo appena un anno di utilizzo e solo l’1% dei materiali utilizzati nella filiera vengono effettivamente riciclati.

Oltre a ciò, questo settore ha forti impatti anche sociali, in particolare nelle economie fragili e basso reddito, come quelle del sud-est asiatico. In queste economie ai lavoratori, nella maggior parte dei casi, non vengono riconosciuti diritti essenziali e non sono presenti meccanismi di giustizia che li tutelano. A seguito del covid-19, la situazione è peggiorata e la necessità di ripensare questo settore è stata accelerata dalla crisi stessa.

In paesi come India, Bangladesh, Myanmar e molti altri, sui quali l’industria della fast fashion da sempre si arricchisce, sono stati fatti licenziamenti di massa, spesso selettivi, in particolare licenziando dapprima i lavoratori sindacalizzati, di modo da impedire la possibilità per i dipendenti di organizzarsi. 

Il quadro generale che emerge da questi dati è allarmante e sottolinea la necessità di un cambiamento da parte sia delle aziende produttrici che dei consumatori. Proprio di questo si è discusso durante il seminario online “Moda pulita: la sostenibilità del settore tessile in Europa e nel mondo” organizzato da FOCSIV, federazione di organizzazioni non governative italiane attive nel campo della solidarietà con i paesi in via di sviluppo, dove sono intervenuti, tra i vari relatori, anche Campagna Abiti Puliti, CNA Federmoda, Filcams CGIL, Lady Lawyer Foundation, Equo Garantito. In questo incontro si è discusso dell’impatto fortemente negativo dell’industria del tessile sul nostro pianeta, e delle nuove prospettive e strategie che stanno iniziando ad essere messe in atto, sia a livello europeo che mondiale.

Come abbiamo sottolineato nel nostro scorso articolo, anche in Vietnam questo settore è molto importante, tanto da rappresentare il 18% delle sue esportazioni totali, ma anche qui spesso i diritti dei lavoratori non vengono rispettati e l’impatto ambientale è altamente inquinante. Fashion Revolution, movimento globale il cui obiettivo è proprio quello di rinnovare l’industria tessile, illustra come le violazioni più importanti dei diritti dei lavoratori in abbigliamento e fabbriche tessili in Vietnam riguardino, in particolare, i massacranti orari di lavoro e la mancanza di norme di sicurezza.

L’Unione europea a questo merito ha elaborato la strategia ombra, un programma sistemico che guarda a tutto il ciclo di vita del prodotto, includendo elementi ambientali e sociali e mettendo insieme un set di proposte volto ad incentivare anche le aziende stesse. I punti fondamentali riguardano la trasparenza della filiera, l’approccio integrato al ciclo di vita del prodotto, la modifica delle pratiche sleali attraverso una revisione commerciale dei patti, un nuovo approccio preventivo che punta a prevenire i problemi e l’implementazione di meccanismi efficaci per l’accesso alla giustizia dei lavoratori.

Recentemente 53 parlamentari europei che hanno sostenuto questa strategia, invitando la Commissione a tenere presente questo approccio. Anche in ambito mondiale, come spiegato durante l’incontro con FOCSIV da Giosuè de Salvo, capo dell’area advocacy di Mani Tese, l’ONU nel 2011 ha promosso una serie di Principi guida non vincolanti che riguardano la protezione, il rispetto e la tutela dei diritti umani nel mondo del lavoro, invitando gli stati membri ad osservarli. Tuttavia, nonostante il passo avanti in termini internazionali, su 190 di paesi solo 30 hanno adottato un piano d’azione nazionale.

È quindi chiaro che parte del cambiamento deve partire anche dai consumatori stessi.

Per combattere l’impatto sociale e ambientale del tessile c’è sicuramente bisogno dell’intervento delle organizzazioni internazionali e dell’impegno delle aziende, ma ogni singolo individuo può acquisire più consapevolezza sul tema, riflettendo sulle proprie scelte e agendo di conseguenza. Quando acquistiamo l’ennesimo nuovo capo da un marchio fast fashion, o quando decidiamo di gettarne uno dopo appena qualche mese di utilizzo, che impatto potrà avere questa scelta sull’ambiente e sui lavoratori stessi?

 

 

 

 

 

Iscriviti alla Nostra Newsletter

Sede di Trento

  • Via S. Sighele 3
    38122 Trento, Italia

Sede di Hanoi

  • N. 20, Alley 34/1, Au Co Street
    Tay Ho - Hanoi

Contatti

  • Tel - Fax 0461 91 73 95
  • info@gtvonline.org
JSN Kidzone is designed by JoomlaShine.com | powered by JSN Sun Framework