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lunedì 23 settembre 2013

Sguardi dal Vietnam, pietra e risaia di Anna Brian

Presentazione di Silvia Secco su canto di Antonio Machado (nella miscellanea delle strofe) da "Cantares" e con unintervento di Antonin Artaud.

"Tutto passa e tutto rimane
pero' il nostro è passare
passare facendo cammini
cammini sopra il mare"

Parliamo del viaggio e del viaggiatore. Il secondo, lo chiameremo Caminante.

E' presuntuoso, il viaggio. Pretende la nudità del Caminante. Egli deve avere il coraggio di spogliarsi -prima di partire- del proprio consueto/comodo campo di visione, poiché il viaggio è l'uscita dalla soglia, è l'"Altro" per definizione, il quale lo abbraccia e lo rivestirà: lo ricompone.
Alla fine (quasi certamente) il Caminante farà ritorno.
Avrà raccolto piccole pietre colorate lungo la strada. Le avrà serbate nel cavo delle mani fino a casa, per mostrarcele. Solo per questo, poiché queste pietre non hanno peso: esse sono immateriali e si chiamano visioni, ricordi, immagini, flash. Esse sono scatti. In queste pietre potremo trovare la storia.
Quando ciò accadrà ci accorgeremo che anche la forma e la capacità delle sue mani, saranno mutate, al fine di poterle contenere.

"Caminante sono le tue impronte
la via e nulla più;
caminante, non c'è il cammino
il cammino si fa con l'andare"

Ecco, allora, cosa troveremo immergendoci in questa galleria di ricordi: pietre e uomini. E strada.

"Io amo i mondi delicati
lievi e gentili come bolle di sapone.

Mi piace vederle quando si colorano
di giallo e carminio, volare
sotto il cielo azzurro, tremare
d'improvviso e poi scoppiare"

Le fotografie di Anna Brian sono pietre colorate. La scelta del colore (anziché del biancoenero, che sarebbe certamente stata più "facile", poiché avrebbe prodotto immediatamente un senso di lontananza suggestiva), specie nei ritratti (molto spesso dei veri e propri furti, altre volte invece frutto di estenuanti e pazientissimi appostamenti in attesa del consenso allo scatto), ci trascina prepotentemente in questo mondo-Altro, ma lo fa con l'urgenza della realtà, della contemporaneità, per le quali i gialli sono i gialli della luce del giorno che conosciamo, i rossi sono quelli delle labbra vive, il nero è quello -sempre- degli occhi che guardano o delle pietre delle strade, il cielo è plumbeo o terso d'azzurri effettivi, senza macchinazioni, senza filtri.
Non ci troviamo mai, infatti, al cospetto di una favola, raccontata con nostalgia o -peggio ancora- con superiorità: le rughe sui volti sono tali, le espressioni sono intirizzite o esauste, oppure curiose o infastidite, oppure divertite, ma esse sono sempre "corporee", effettive e materiali (i nasi sporchi dei bambini, la terra sulla pelle, la polvere, i sorrisi dai denti radi, ecc.).
C'è in queste fotografie, potremmo dire, una sorta di realismo quasi sfrontato e, proprio per questo, struggente nella sua "normale" esistenza. Così ci aspettiamo che, dopo lo scatto, i bambini riprendano immediatamente il gioco, o lo scherzo fra loro, gli altri il lavoro, la spesa, il commercio, la vecchia signora a curare il suo lato di risaia.
Così come se la bolla di sapone nel quale il tempo si ferma, scoppiasse davvero. Immediatamente dopo l'impressione fotografica.

Ecco: la pietra è raccolta.

Antonin Artaud, ne "Il volto umano" (nella prefazione ad una mostra dei suoi disegni del 1947), scrive: "Il volto umano porta infatti una specie di morte perpetua sul suo volto che sta appunto al pittore salvare rendendogli i propri tratti. Dopo mille e mille anni infatti che il volto umano parla e respira si ha ancora l'impressione che non abbia ancora cominciato a dire ciò che è e ciò che sa. E io non conosco un solo pittore nella storia dell'arte, da Holbein a Ingres, che, questo volto d'uomo, sia giunto a farlo parlare. I ritratti di Holbein o di Ingres sono dei muri spessi, che non spiegano nulla dell'antica architettura morale che si inarca sotto gli archi di volta delle palpebre, o si incastra nel tunnel cilindrico delle due cavità murali delle orecchie... Il solo Van Gogh ha saputo ricavare da un volto umano un ritratto che sia il razzo esplosivo di un battito di cuore scoppiato."

Ecco, allora, che dovremmo parlare sì di realismo, ma di un realismo fortemente espressionistico, anche nel caso di queste fotografie, nelle quali Anna Brian davvero sa catturare (nel brevissimo tempo dello scatto) il battito di cuore scoppiato, della bolla di sapone.

Questi ritratti abitano il loro contesto. Le fotografie delle pietre (del contesto urbano: lontanissimo geograficamente ma sempre più globalizzato, a volte fino a confonderci mentre ci chiediamo "dove" esattamente esso si collochi), così come quelle delle risaie (del contesto rurale: il quale ci dà respiro, ampiezza di veduta, orizzonte possibile -anche i colori sembrano attenuarsi qui, in funzione di un rallentamento dei ritmi-), sono pregne dei volti e dell'umanità in essi contenuta, anche quando essi non si presentano nell'immagine.
Rimane di loro come un ricordo costante, una sotto-traccia, un odore.
Ed é merito dei volti, se la dicotomia città-campagna non si banalizza mai, nelle fotografie di Anna, nella contrapposizione ideologica tanto abusata fra cultura e natura. Ecco perchè non esiste in queste immagini, l'"Isola felice", magari perduta, del mondo naturale.
Tutto è reale. Tutto esprime. E lo sguardo del fotografo non ne dà alcun giudizio.
Il Caminante fa quello che deve: si limita a raccogliere il sasso. Lo tiene nella mano fino a casa per mostrarcelo. Il sasso nella mano la riplasma.

Così, ora che ci apprestiamo ad osservare queste pietre colorate, dovremmo proprio immaginare di partire, a nostra volta, per un viaggio.
Se ne avremo il coraggio, lasceremo i bagagli all'entrata.

"Camminando si fa il cammino
e girando indietro lo sguardo
si vede il sentiero che mai
si deve tornare a calpestare.

Caminante non c'è un cammino
ma le stelle nel mare"

 

Per ammirare le foto di Anna Brian, vai all'album "Sguardi dal Vietnam" del nostro profilo su flickr

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